SU ALI D’AQUILA

Oggi posso dirlo. La mia non è prima di tutto la storia di un migrante nella turba delle migliaia di ‘albanesi’ sbarcati in massa nell’Italia di trent’anni fa. Oggi posso riconoscerlo: la mia è una storia di vita intessuta insieme, storia di comunità e famiglia.

Certo che quando ancora ragazzino giravo come un clochard per strade, piazze e stazioni ferroviarie, mi sono sentito solo come nessun essere umano dovrebbe ridursi. Allora sì che chi mi vedeva poteva solo provare compassione per uno delle migliaia di albanesi subito etichettati come clandestini.

Era il 1993 e avevo deciso di partire per lavorare in Italia, per realizzare un sogno e poi tornare in Albania. Con un passaporto falso attraversai l’Adriatico su una carretta strapiena di disperati come me. Vagavo da una città all’altra dormendo all’aperto nelle stazioni ferroviarie. Sotto un ponte lungo il Mugnone, un giorno, un altro ragazzo del mio paese mi aiutò ad orientarmi tra le mense e i dormitori della Caritas.

Suonavo nelle chiese per chiedere l’elemosina e un aiuto. La notte spesso non riuscivo a dormire per il freddo e l’umido, ma anche perché mi trovavo in una situazione peggiore di prima: e non potevo tornare indietro a causa dei tanti soldi presi in prestito per l’attraversata. Di nascosto dagli altri, la notte piangevo e gridavo la mia disperazione.

Un giorno, il 2 dicembre 1993 – bussai alla chiesa di san Gervasio, e il prete cominciò a chiedermi chi fossi e cosa facevo. Non mi diede l’elemosina, ma si interessava a me. Quando gli dissi che dormivo sotto il ponte e che avevo sedici anni, non riusciva a crederci. Cominciò a telefonare per chiedere aiuto a delle persone che conosceva ma capivo anch’io che non era facile trovare una soluzione per me.

Mi fece entrare ed abitare nella sua casa, come un figlio e non per un giorno o un mese, ma per quasi dieci anni. La mia solitudine era ormai un ricordo perché don Giancarlo mi aveva non solo aperto la porta di casa: giorno dopo giorno mi rendeva sempre più autonomo e soprattutto capivo che ci teneva a rispettare la mia vita facendo saltare il meccanismo dell’aiuto compassionevole.

In poco tempo mi sono inserito in mille attività e per questo la mia storia non era più solo quel commovente viaggio della speranza sulle navi stracolme di albanesi.

Ero diventato un cittadino, anche se la condizione di migrante era e continua ad essere spesso disumana e penosa. La mia storia era diventata un comune riflettere su quell’assurdo aggettivo che ancora oggi aggiungiamo ad ogni arrivo di migranti: “emergenza”. Se nel 1993 l’Italia era impreparata ad accogliere in modo degno, oggi non è concepibile che questo fenomeno permanente sia sempre affrontato come un’“emergenza”.

La mia è stata allora una storia di cittadinanza condivisa anche perché insieme a tante persone ho lottato per il riconoscimento dei diritti umani delle persone in movimento da una parte all’altra del mondo.

Se l’Albania è “Il Paese delle aquile”, spero di aver aiutato tanti italiani a sollevarsi dal rasoterra dei pregiudizi e del razzismo, per volare alto come le aquile.

(Nel 2002 Bledar Xhuli, dopo aver ottenuto la laurea, è entrato nel Seminario Diocesano e dall’ 11 aprile 2010 è prete della chiesa di Firenze. Oggi è parroco di Santa Maria a Campi una comunità vivace e aperta)

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