Una passeggiata con Karim

Io e Karim ogni tanto ci incontriamo al parco per parlare e passeggiare. È un luogo che suscita molti ricordi. I prati portano la sua mente a quelli del Kashmir, gli animali lo trasportano alla sua infanzia quando la sua famiglia possedeva 10 conigli e lui vi era affezionato, i giovani che giocano in squadra fanno pensare alle partite di cricket…

Le suggestioni sono molte e passo dopo passo Karim mi dona delle narrazioni del suo passato ed io del mio. C’è uno scambio reciproco tra due persone che si stanno conoscendo. Karim mi fa notare che non è sempre così quando parla con gli italiani, spesso si sente interrogato, solo lui deve raccontare anche parti molto personali della sua vita e alla fine della conversazione lui non conosce nulla della persona incontrata. Questa considerazione fa riflettere sulla violenza involontaria, che a volte pur animati da buone intenzioni, magari credendo di offrire uno spazio di narrazione all’altro, in realtà prendiamo e lasciamo poco di noi stessi. 

Karim ha lasciato il suo Paese, l’Afganista, 13 anni fa, ma in realtà sin dall’infanzia ha iniziato una lunga peregrinazione interna al Paese e nei luoghi ad esso confinanti. La famiglia di Karim è pastun, ma anche un po’ hazara e quindi lui ritiene di avere in sé entrambe le componenti e di essere anche un po’ italiano.  

“Sono sunnita, ma per me prima di tutto siamo umani, non è importante la religione, non mi interessa. Da 40 anni c’è la guerra in Afganistan solo per la religione, se ogni giorno muoiono bambini non mi interessa quella religione.  Conta solo che una persona sia brava e buona.”

Karim ha iniziato a lavorare fin dall’adolescenza per mantenersi, dal momento che il padre era morto in guerra e la madre era ammalata, tuttavia si ritiene fortunato perché ha sempre trovato un impiego ed è stato in buona salute.  

Il sole pomeridiano di giugno ci ha spinti a prendere qualcosa al bar. Abbiamo ordinato due granite e Karim ha insistito per offrirmela. L’ho ringraziato complimentandomi per la sua galanteria e lui ha replicato che avendo un lavoro può tranquillamente farlo. Ho pensato che non accettare questo suo gesto, avrebbe spostato la relazione ad una dimensione di carità e non di amicizia. Talvolta le logiche dell’aiuto non restituiscono alla persona la dignità che meritano. 

Infine Karim mi ringrazia per la passeggiata in compagnia e nel sottolineare la sua gratitudine alla vita, mi rende partecipe dei suoi sogni e delle sue speranze: egli desidera conoscere tante persone diverse e viaggiare, ma non più da solo. 

Straniero in terra straniera, dopo aver perso le persone che lo tenevano legato alla sua terra d’origine, ora Karim si trova in una condizione di grande solitudine, ma si sta ricostruendo e immagina di creare qui la sua famiglia e di chiamare casa Venezia, la città di cui è innamorato. 

Irene, Treviso

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