Un sabato sera in pandemia

“Come passeremo questo sabato sera insieme, l’ennesimo in zona rossa?” Mamadou è ormai rassegnato. È andato a prendere la sua ragazza Evelina alle fine del turno all’ospedale e non si aspettano nulla se non il divano e la tv. All’improvviso, ad una rotonda sulla Romea, entrambi notano il corpo di una persona sul ciglio della strada.

“Diamo un occhio, dài, che non sia da chiamare l’ambulanza”. Non è un uomo, ma un ragazzo per terra, sembra tranquillo: “Tutto bene?” Non capisce l’italiano e sembra sfinito. Evelina è una dottoressa e soccorrere è nel suo DNA; Mamadou, ivoriano, ha vissuto sulla sua pelle il dramma della migrazione, del viaggio da richiedente asilo e dell’accoglienza spesso al di sotto degli standard dignitosi. Insomma: sanno cosa può provare e soprattutto cosa può aver provato questa persona. Davanti ai loro occhi sta un ragazzo che non sanno se più sporco o più affamato. Due cose capiscono: che è afgano e che è molto giovane.

Archiviata l’organizzazione del sabato sera, qualche telefonata agli amici giusti illumina il buio pesto di una situazione a dir poco drammatica. Nasser, questo è il suo nome, è fuggito dal suo Afghanistan in guerra insieme alla sua famiglia per cercare lavoro in Iran, dove hanno vissuto due anni. Ma la disoccupazione e il miraggio di raggiungere dei parenti che vivono da tempo in Italia, ha fatto partire da solo questo ragazzo.

Come avrà resistito quarantotto ore dentro il tir che da Patrasso lo ha condotto fino al porto di Venezia? È saltato giù dal camion stamattina e dalla paura non ha mai smesso di camminare lungo la strada. Inshallah, ripete, e solo Dio può avergli evitato di restare soffocato tra la merce del camion.

Passa il tempo e il nuovo amico si scopre fratello, mentre questa inaspettata serata insieme prosegue. Un kebab, una lunga doccia in una parrocchia, tanti racconti condivisi. E quello che non si era capito nell’inglese che accomuna i tre amici, lo rivela una chiamata in vivavoce con un profugo afgano che parla il farsi, la lingua di Nasser. Raccontaci ancora del tuo Paese, compagno di un sabato sera, di questa guerra infinita che al massimo diventa un incalcolabile aumento della violenza, dell’intimidazione e della paura.

Vanno insieme a comprare il biglietto del treno che domattina lo porterà a Milano, dove lo aspetta lo zio Hammad. “E poi salutiamoci dài, e con gli sguardi sopra le mascherine regaliamoci un arrivederci e un inshallah convinto”.

Evelina e Mamadou non dimenticheranno nemmeno un particolare di questo sabato sera insieme: alla macchinetta dei biglietti del treno, Nasser ferma la mano di Evelina che sta per inserire la banconota: “Ho lavorato sodo a Patrasso prima di partire. Posso pagare anche quest’ultimo tratto del mio viaggio della salvezza. Grazie invece, amici, perchè vi siete fermati e non avete tirato dritto!”                         

Evelina e Mamadou, Mestre

One thought on “Un sabato sera in pandemia

  1. Mi unisco al “Grazie amici perché vi siete fermati e non avete tirato dritto!” e aggiungo un GRAZIE per quanto con il vostro esempio ci ricordate e ci insegnate
    Un forte abbraccio

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...