Obaid, i giovani e l’orto all’Aventino

Nonostante sia sempre stato allegro e vivace, tutti abbiamo sempre notato in Obaid un velo di tristezza, un pensiero che ritorna a volte a rabbuiare le sue giornate nella nostra comunità di San Saba, a Roma. D’altra parte, basta riprendere uno dei suoi racconti nell’Afganistan dei talebani per riveder scorrere nei suoi occhi la paura del carcere e le uccisioni di altri giovani come lui a cui aveva dovuto assistere.

Obaid aveva fatto presto amicizia con tutti anche se si è trovato bene soprattutto con i giovani. Passando il tempo, poi, abbiamo scoperto tante sue qualità e nessuno si è pentito di averlo fatto diventare operatore nel centro d’accoglienza.

Nessuno ricorda come era nata la sua cura per alcune piante a cui dedicava molto tempo, proprio davanti all’ingresso del centro di accoglienza. Insieme ai giovani del gruppo parrocchiale de MEG, la sua passione era diventata un’idea buttata lì, una richiesta al parroco per poter rivitalizzare un vecchio campo da pattinaggio da tempo inutilizzato e tanta buona volontà di tutti.

Piano piano sta prendendo corpo, proprio a ridosso del muro della chiesa, un vero orto solidale, fatto di cassoni di legno recuperato da bancali e altro materiale diventato utile per realizzare un vero orto urbano. Mettersi insieme per realizzare questo progetto è stata una bellissima idea che ci ha aiutato a superare i pregiudizi, le paure, gli stereotipi sui migranti. La prospettiva, poi, di poter presto distribuire i prodotti dell’orto alle famiglie bisognose del quartiere attraverso la Caritas, ci ha ancora più stimolato all’impegno.

La nostra opera vuole essere anche un modo di dare corpo alle parole di papa Francesco che, nella Laudato Si’, ci insegna che non esistono una crisi ambientale e una sociale, ma che le due sono intrecciate e vanno affrontate insieme. Qui a san Saba ci stiamo provando, curando l’ambiente e i nostri fratelli e sorelle rifugiate, per diventare insieme protagonisti della cura. Per ora siamo agli inizi: abbiamo installato l’impianto idrico, abbiamo piantato già qualcosa in sacchi traspiranti, abbiamo montato una piccola serra per il semenzaio e piantato i primi semi: in alcuni sacchi abbiamo messo anche delle rose, perché vogliamo che il luogo sia bello oltre che utile. Metteremo un ombrellone e delle sedie affinché le famiglie possano godere della bellezza dell’orto.

Abbiamo anche costruito una casetta da giardino che ci serve sia come capanno per gli attrezzi, sia come piccola officina in cui realizzare con i ragazzi del quartiere e della parrocchia i cassoni di legno per l’orto. Il nostro sogno per la fine della pandemia è invitare tutti ad una grande festa nell’Orto dell’Aventino, con Obaid e tutti gli amici del Centro Astalli.

Intanto nella terra riposa il seme buono. Non si vede la fine di questo incubo ma quei semi sono per noi come un annuncio di una vita nuova che fiorirà quando finalmente sconfiggeremo il virus.                                 P. Giuseppe Trotta SJ, Roma

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