Questa volta “a casa loro”

Agadez, 29 gennaio 2021      

Leggo e diffondo anch’io ogni 10 del mese le belle storie di vite condivise e pezzi di strada percorsi insieme in tante esperienze di inclusione che rendono più ricco il nostro Paese ma, ora che mi trovo in Niger, nel crocevia delle rotte migratorie del nord Africa, mi accorgo quanto è diverso ascoltare e partecipare qui una qualsiasi storia di migrazione. La descriverei come una questione di sguardi.

Credevo di esser venuto qui  per assistere e poi rilanciare sul mio giornale la gioia grandissima di una cinquantina di persone che nelle prossime settimane riusciranno ad arrivare in Italia con un volo aereo, un corridoio umanitario che sarà la loro salvezza  dopo tanto soffrire per le catastrofi ambientali e violenze subite insieme ad altri 600mila sfollati. Invece in questi giorni mi è accaduto un fatto inaspettato: lo sguardo di una giovane donna ghanese mi è penetrato dentro e il mio ruolo di ascoltatore di possibili nuovi candidati ad un posto in questi viaggi della speranza e della certezza, è saltato completamente.

Il colloquio con Doris, giovane ragazza ghanese, è stato un condensato di paure e privazioni subite, di aggressioni e ingiustizie che hanno interrotto ogni suo progetto. Molto determinata, in un ottimo inglese mi ha raccontato i 40 interminabili chilometri a piedi nel deserto, dopo che la polizia algerina ha riportato lei e suo marito al confine con il Niger. Mi ha fatto partecipe del suo quotidiano, della sua vita umilissima con il marito e il figlio piccolo, ma soprattutto mi ha fatto sentire tutto il peso di una povertà che ha tagliato le ali ad una coppia di giovani sposi.

Il suo sguardo intensissimo si è appoggiato sulla mia voglia di condividere le nostre vite al di là di una pur lunga chiacchierata, e con gli occhi, oltre che con le parole, lei sembrava dirmi: “Guardami, guarda la mia vita. Sono una persona come te, e merito la tua stessa dignità. E poi raccontami, raccontami di te!

Siamo demoralizzati ormai. Cosa andiamo a fare in città, se non possiamo fare acquisti e perché dovrei usare il telefono, se non abbiamo più niente da pensare insieme ai nostri amici?”. Poi io a raccontarle di me e di noi, della pandemia che in Italia ha seminato dolore e morte e ci sta insegnando a salvarci insieme. E Doris a spalancarmi il cuore fino a portarmi su quella vita sospesa che non puoi augurare a nessuno, perché la speranza è arrivata al capolinea.

“Daniele, mentre ero in Mali con mio marito che fa il trasportatore, il suo camion è stato fermato dai ribelli che ce l’hanno completamente svuotato. Due autisti sono stati uccisi, mentre mio marito è stato risparmiato. Non è bastato, poi, riferire al nostro datore di lavoro il furto e la violenza subiti. Ci ha intimato di trovare i soldi per rimborsargli dell’intero carico e, siccome per noi era impossibile trovarli, siamo fuggiti in Algeria per un po’”. 

Insostenibili, a volte, i suoi sguardi mentre raccontano, perché la sensazione di impotenza è tremenda e va al di là dell’empatia che cerco di mettere in gioco. Dove trova Doris la forza di sorridere, se non nella fede che mi testimonia?

Qui in Niger non c’è futuro per loro e lo sanno. Questo è il Paese più povero al mondo: un nigerino su due lo è e l’analfabetismo è all’80%. 

“Sotto sotto, però, c’è ancora speranza, nonostante tutto”, sussurra Doris.

Cara Doris, cosa possiamo fare io e te per trovare da qualche parte ancora un po’ di questa speranza e per tirare avanti?”

“Vorrei fare qualcosa di più per aiutare tante persone rifugiate che riempiono questa città solo in attesa di un aiuto che non arriva, per attendere quella chiamata ad un viaggio che faccia rimettere in moto la loro vita, cosa ne pensi? Come potrei fare, Daniele?”

Il suo sguardo è ormai parte di me e sento che stiamo facendo insieme degli improbabili progetti per salvare il mondo intero. Insieme, io e Doris.

Daniele

http://www.vita.it/it/article/2021/02/02/e-terminato-il-viaggio-di-vita-in-niger/158184/ 

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