BENTORNATO A CASA!

Non se lo aspettava Sileye e la sua gioia commossa ha messo a dura prova il divieto di abbracciarsi. Quando è entrato in casa, dopo sette mesi, si è trovato un grande striscione di benvenuto che i suoi amici avevano preparato e attaccato in ingresso. La pandemia lo aveva bloccato in Senegal dove era andato per ritrovare la sua famiglia e in particolare per vedere per la prima volta uno dei due figli che era nato mentre lui affrontava il rischioso viaggio attraverso il Mediterraneo .

Ma oggi è festa, festa grande per la Casa di Enrico, come viene chiamato l’appartamento in cui vivono quattro giovani migranti che il Progetto Jumping accompagna all’autonomia.

Sileye sa che i suoi amici scherzeranno sulla sua scelta di vestirsi con grande eleganza per questo ritorno a casa, ma era importante celebrarlo e festeggiarlo questo grande giorno,  perché anche questa per Sileye è diventata casa, contare sull’amicizia che lo lega ad Anna ed Enrico, amici più grandi e compagni di strada più che “volontari” e riprendere il cammino che sta facendo con l’associazione “Di Casa” per trovare il suo giusto posto  in questa difficile e a volte incomprensibile società; è qui che si sta costruendo il suo futuro, a volte con fatica, con aspettative disattese, ma con la certezza di avere accanto degli amici pronti a sostenerlo nelle sue scelte e nelle sue piccole conquiste. E oggi è proprio un momento bello da festeggiare con tutti.

Più dei discorsi parlano i segni. Le diverse lingue sul tazebao di benvenuto si accavallano ma colpisce quel “un bon retour  à la maison” che fa la differenza. I quattro giovani che condividono lo stesso appartamento sono tutti richiedenti asilo e la possibilità di avere una casa vera è la gioia più grande, meta che per la maggioranza delle persone migranti di origine subsahariana è praticamente irraggiungibile nella ricerca di appartamenti in affitto.                                                                                                                                                                                                        

Dopo la foto piena di sorrisi basta un bicchiere d’acqua sulla tavola in cucina per sentirsi ancora uniti e ritrovati, sotto lo stesso tetto. Ma lo sguardo di Sileye sembra distratto. Fissa il bicchiere e solo le sue parole possono svelare inattesi legami ancora più profondi di una casa condivisa:

“Facendo la quarantena ho avuto tanto tempo per pensare. Sto male vedendo quanta gente sta soffrendo in ogni parte del mondo e imparo che quando una persona sta male tutti stiamo male. Allo stesso modo se riesco a far star bene una persona, tutti stiamo meglio! Ecco la lezione della pandemia: Siamo una sola famiglia. Il mio villaggio soffre da più di cento anni per la mancanza di acqua. Il governo ha sempre promesso di scavare un pozzo ma tutti i fondi vengono usati per i ricchi delle grandi città mentre noi in campagna siamo costretti a fare tutti i giorni cinque chilometri per raggiungere il primo pozzo.
Ringrazio Dio che la mia famiglia non si è ammalata di Covid, ma ogni volta che mi lavo e bevo un bicchiere d’acqua penso ai miei figli piccoli che in Senegal hanno bisogno dell’acqua per vivere, ma anche le quattro mucche della mia famiglia senza acqua non possono sopravvivere.
Dobbiamo tutti imparare ad aiutarci per condividere le sofferenze degli altri, per lottare uniti contro tutte le pandemie. Insieme, come una sola famiglia”.

Gli amici e le amiche della Casa di Enrico

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