L’ACCOGLIENZA HA DUE VOLTI (e tanti piatti condivisi)

Ci voleva una pandemia per abbattere i muri e unire le tavole. La famiglia Al Darwish è arrivata a Fiumicino il 31 gennaio scorso per raggiungere Mantova dove l’attendeva un gruppo di famiglie che l’avrebbero ospitata nella bifamiliare accanto a noi. Stavamo iniziando a conoscerci, quando il Covid19 si è messo di mezzo. Non solo ha “distanziato” le persone del gruppo che li frequentavano, non solo ha interrotto l’inserimento scolastico dei due figli adolescenti e le prime amicizie, ma ha allontanato da loro e da me mia moglie Lucia, che si è ammalata ed è risultata positiva. Lei in ospedale e io in isolamento da lei e da tutti.

Questa esperienza ha invertito i ruoli che l’accoglienza stabilisce tra ospiti e ospitanti. È apparsa l’altra faccia: io ero diventato la persona di cui la famiglia Al Darwish si prendeva cura: mi accudivano e si preoccupavano che stessi bene;  ogni giorno mi preparavano uno dei piatti della cucina siriana, dal maqlubeh al tabboleh, dall’humus alla zuppa di gombo. Disponevano i piatti su un vassoio che lasciavano sopra il muretto che separa le nostre due abitazioni. Ma anche il muro aveva cambiato “faccia”! Non era più un muro che separa, bensì un ponte per mettere in comunicazione le tavole della nostra vita.

E poi c’erano le loro parole che mi rincuoravano, anche nelle loro preghiere c’era sempre un pensiero per mia moglie in ospedale. Erano diventati fratelli e sorelle per me. Anche il bimbo più piccolo contribuiva ad incoraggiarmi colorando un lenzuolo con l’arcobaleno sul quale i fratelli avevano aggiunto la frase “Andrà tutto bene”. Quando poi Lucia è tornata, seppure in quarantena, mi hanno scritto: “Ringraziamo Dio, siamo felici del suo arrivo tra noi, era un pezzo di famiglia che avevamo perso!”

Più volte il padre, fronte alle mie frasi di ringraziamento, si giustificava delle loro attenzioni dicendo: “Siamo tutti fratelli su questa terra e non vogliamo alcun ringraziamento o ricompensa per la cura l’uno dell’altro”.

Non abbiamo potuto riunirci per pregare e mangiare insieme, ma abbiamo vissuto un tempo di solidarietà, vedendo che si può camminare insieme, cristiani e musulmani, credenti e non credenti, tra persone di buona volontà, sui terreni della giustizia e dell’amore.

La sera del 14 maggio ci siamo riuniti a casa nostra rispettando le distanze per un momento di preghiera comune. Alternando le loro parti in arabo e le nostre in italiano, abbiamo letto alcuni passi del Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb. Un passaggio in particolare ci ha fatto riflettere, dove si richiama che il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani contribuirebbero notevolmente a ridurre molti problemi economici, sociali, politici e ambientali. In fondo siamo o no tutti sulla stessa barca?

Tamam e Marco, Mantova

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