OGNUNO HA DIRITTO AD UNA VITA NORMALE

Se tornare a viaggiare insieme è uno dei sogni più condivisi in questo tempo di post-quarantena, fare un viaggio a Lampedusa in compagnia di qualche fratello migrante è diventato per noi della Campagna Sulle soglie senza frontiere, una storia bella di cittadinanza condivisa.

Tre giorni fa i giornali, dando notizia di due atti di dispregio, alla Porta d’Europa e con due incendi dolosi alle imbarcazioni che erano state conservate con rispetto e cura in questi anni, hanno riportato l’attenzione su quest’isola che già nel suo nome è insieme “lampada”, “faro” e “scoglio” si sui si incaglia la nostra capacità di accogliere.

Gli oltraggi alla memoria delle vittime delle migrazioni non lasciano solo una grande amarezza a Lampedusa: se diventa normale lasciar affogare in mare perfino i bambini coordinando i respingimenti invece dei soccorsi, la vera notizia è quella di una disumanità crescente.

Don Carmelo, parroco di Lampedusa, ha commentato questa profanazione della memoria con la sua consueta puntualità: “Dobbiamo ricordarci che non siamo noi a soffrire, ma questi fratelli che arrivano con i barconi. Noi abbiamo una casa dove dormire, con aria condizionata o riscaldamento a seconda della stagione, loro no”. 

Per questo, più dell’indignazione aiuta la condivisione delle nostre vite in viaggio. Nel 2016 Mady, giovane del Burkina Faso, ritornato con una delegazione della Campagna Sulle soglie senza frontiere, raccontava:

Il 23 aprile 2015 sono arrivato a Lampedusa. Erano le due del pomeriggio. Della nostra barca eravamo in 119: tutti si erano salvati. Ma nella nave che ci ha raccolto c’erano anche i superstiti di un naufragio che aveva fatto 27 morti. In tutto quel pomeriggio siamo arrivati a Lampedusa in 300. La vita in quei giorni era monotona per me: stavo sempre dentro, o in cortile, perché avevo paura. Avevo sedici anni, vedevo tutto quel trambusto e non sapevo se potevo uscire dal cancello. All’inizio dormivo quasi sempre, ero stanchissimo e confuso.

Ora eccomi di nuovo a Lampedusa. Sono tornato dove è cominciato il mio viaggio italiano. Sono felice di averlo fatto, anche se ricordare mi fa male. Ma è come se in quei giorni di mare io fossi morto alla mia vecchia vita e, giunto in quest’isola, avessi iniziato a vivere di nuovo. Una vita nuova iniziava per me. Senza la mia anima però. La mia anima io l’avevo lasciata qui a Lampedusa. Sono andato in Veneto da allora ed ora sono tornato per riprendermi la mia anima, ma ci sono tornato in aereo, non in barcone. Qui a Lampedusa lascio la prima casa che mi ha accolto e dove è iniziata la mia nuova vita. Lascio il luogo dove sono rinato e mi riprendo la mia nuova vita, senza abbandonare le esperienze fatte, quelle mi accompagneranno sempre.

Camminando per le strade di Lampedusa, in questi giorni, guardavo queste case e il paesaggio che non avevo visto allora. E poi ho incontrato tanti fratelli. All’inizio non mi andava tanto di avvicinarli, poi mi hanno chiesto ‘come ce l’hai fatta? Sei ancora vivo!’ ho risposto ‘ognuno è destinato ad una vita normale’.

Grazie a Mady e alle persone migranti che ci testimoniano quanto questo scoglio affiorante da un mare di disperazione e ingiustizia, è per tante e tanti faro che illumina stili di accoglienza possibili e dignitosi

Lo Staff della Campagna Sulle soglie senza frontiere di Pax Christi con Mady

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...