SALVATI E CONNESSI

Lampedusa, lunedì mattina, due giorni dopo l’ennesimo naufragio. Solo a riflettori spenti puoi guardare negli occhi e ascoltare il cuore di persone che invece, nella concitata e strutturata “operazione di soccorso”, resta ovviamente ad una certa distanza da te. Ieri, solo una manciata di ore fa, eravamo al molo Favarolo ad aspettare le imbarcazioni della Capitaneria con a bordo i sopravvissuti. Si ripetono i gesti e le emozioni di troppe altre volte: gli sguardi delle persone ad una ad una mentre scendono dalla motovedetta, il nostro offrire a questi sventurati fratelli una coperta termica, una brioches e una bottiglia d’acqua, mentre ti accorgi che sono completamente inzuppati d’acqua e di paura. Strazio di umanità in fuga e sollievo di dignità restituita in una mano tesa e qualche altro piccolo gesto di cura.

La mattina dopo, nel nostro ufficio di Mediterranean Hope, siamo in due e, poco prima di pranzo, decidiamo di andare a mangiare una pizza. Saliamo in macchina e, dopo appena qualche metro, vediamo un gruppo di ragazzi eritrei che cammina per il paese. Facciamo inversione con l’auto, ci accostiamo e cominciamo a parlare con loro in un misto di inglese e gesti.

Chiediamo loro se hanno bisogno di una connessione internet e, vista la risposta positiva, li portiamo in ufficio. In un batter d’occhio la mappa del mondo si restringe alla stanza in cui ognuno c’è col corpo mentre col pensiero ha già raggiunto la mamma o un cugino in Gambia o in Guinea.

Per alcune ore gioia e confusione riempiono il nostro piccolo ufficio visto che tutti contemporaneamente sono in contatto con la loro famiglia, tutti connessi chi col telefono, chi col computer e tutti contemporaneamente a raccontare brandelli di vita appesa a quella cima lanciata dalla motovedetta.

Ma la semplicità del giorno dopo suggerisce altri pensieri. E’ l’ora di pranzo. Non serve chiedere se l’apprezzeranno. Un’abbondante pastasciutta al ragù ci riunisce alla stessa tavola.

Davide

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