Aboubacar e il nonno. VITE MIGRANTI

Ero giovane, poco più che ragazzino, ma dove vivevo io avere la mia età significava già essere uomo. In una famiglia di molti fratelli e poche opportunità la scuola non era un’opzione, ed il lavoro era una necessità ed un dovere, le scelte erano poche, pochissime, d’altronde che scelte può avere un ragazzo in un paese appena uscito dalla guerra? La guerra era finita da poco ma ancora viveva nei volti della gente, aveva lasciato i suoi strascichi sugli uomini, sulle donne e anche su di me che ero solo un bambino. Quando sei piccolo non hai la misura di ciò che succede intorno a te, tutto sembra o troppo grande o troppo piccolo, tutto sembra quasi un gioco, ma me li ricordo quei  corpi lasciati per strada, come monito, come vendetta.

Ero poco più che ragazzino e decisi di partire, come aveva fatto mio padre prima di me, lasciando la moglie e la figlia in quella terra che risucchiava tutto, sogni, energia e felicità. Era partito a cercare fortuna diceva, che poi la fortuna a volte è solo la speranza di un finale diverso, di una vita migliore, più colorata.

Sono partito, mio padre mi abbracciava piangendo perché lui lo sapeva, conosceva la fatica di andare, la fatica di una lingua sconosciuta e la solitudine che si porta appresso la speranza. Sono partito anche se mio padre quel futuro, per quanto agognato, non era riuscito a conquistarselo, solo fatica, sudore e dolore.

Da solo, poco più che ragazzino, la sentivo sulla pelle quella diversità che vedevo negli sguardi della gente, sembrava l’avessi stampata in fronte. Nessun modo di comunicare con quello che, fino a poco prima, era stato il mio universo, e la sensazione di essere in un altro pianeta tanto tutto era diverso da quello a cui ero abituato.

Quella lingua così dura, così diversa e incomprensibile, e poi io, che la scuola non l’avevo mai fatta, come facevo a capire la differenza tra una coniugazione verbale e un sostantivo?

Ma la vita fa il suo corso e anche quella lingua ruvida ed appuntita è diventata la mia, quella della mia famiglia e dei miei figli. E quel poco di fortuna che andavo cercando pian piano me la sono conquistata, l’ho incontrata insieme alle gioie ed ai dolori che la vita ti offre lungo la strada, una strada che è iniziata in Italia, mi ha portato in Germania e poi in Africa.

Una vita migrante la mia, e non posso che sorridere ed abbracciare chi, a distanza di 60 anni ascolta incantato la mia storia, mi guarda e mi dice “Anche io sono come te.”.

Sì ragazzo mio, Aboubacar, siamo uguali io e te.

Sarah

 

mde
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